Tonino Aguzzi, classe 1947, ha avuto a che fare negli anni 70 con gli antenati della moderna informatica. La sua storia e un ammonimento: “Di per se stesso un elaboratore è una macchina stupida, dietro c’è sempre la mente umana”
Oggi il computer, perché lo smartphone tale è, lo teniamo in tasca. Tonino (Antonio) Aguzzi, classe 1947, reatino ma maglianese conosciutissimo (è stato pure assessore), per una vita ha avuto a che fare con i primi elaboratori elettronici, quelli grandi come una stanza per intenderci. I “sistemi”, o “grandi computer”, che occupavano un intero piano di un palazzo, pieni di spie e lucette. Un’era geologica fa. Apparecchi che avevano addirittura bisogno di un impianto di refrigerazione per non surriscaldarsi. “All’inizio la ventilazione era ad aria, poi abbassavamo la temperatura con un liquido che circolava, altrimenti sarebbe saltato tutto e addio dati e lavoro” racconta Tonino.
Nel 1970 sognava di vincere il Nobel, per la biologia
“Nel 1970 ero uno studente di biologia dell’Università dell’Aquila e volevo vincere il premio Nobel. Fui sfidato a fare un concorso e lo vinsi, così iniziai a lavorare per la General Electric, oggi Bull”. Aguzzi vinse anche quello per entrare in Ibm, azienda mitica nella storia dei computer, ma non fu preso perché doveva ancora fare il servizio di leva.
Una volta assunto alla General Electric, in quegli anni assorbita dalla Honeywell, Antonio fece un corso aziendale da programmatore, lavoro che – dopo essere stato a Milano – svolse a Torino nel primo anno d’impiego, poi iniziò a occuparsi di assistenza software e sistemi operativi. “A me e colleghi ci chiamavano scienziati pazzi perché ‘parlavamo con le macchine’ per risolvere i problemi. Negli anni successivi ho lavoro a Napoli, in Calabria, a Milano, a Bergamo, a Terni e a Roma: andavo ovunque l’azienda fosse chiamata a dare assistenza. Oltre che a convegni e incontri di settore”.

“Negli anni ‘70 c’erano le schede perforate: cartoncini con 80 colonne e 12 righe che contenevano tanti buchi che corrispondevano a una certa ‘informazione’, informazione che veniva letta da una macchina programmata a leggere quella indicazione. Un esempio era la vecchia scheda autostradale: aveva tanti buchi quanti necessari per dire al casello di uscita dove era stata imboccata l’autostrada, e, di conseguenza, calcolare il pedaggio. Poi, vent’anni fa, è stata la volta del codice a barre che contiene sulle ‘barre’ tutte le informazioni sui prodotti che acquistiamo”.
Quando usavano pagnotte invece di chiavette usb

“Ricordo i primi salvataggi dati su nastro magnetico, dischi talmente grandi da chiamarsi in gergo ‘pagnotte’: erano così grandi, ma contenevano poche informazioni rispetto alle pennette usb. Allora costituivano un salto in avanti, come lo furono in seguito il floppy disk e il cd” prosegue Tonino. Gli piace sottolineare che seppure l’Italia non abbia una Silicon Valley, ha avuto Olivetti General Electric, che non solo aveva un centro ricerche a Pregnano Milanese e uno di produzione stampanti a Caluso in Piemonte, ma ha lanciato il primo calcolatore elettronico italiano della storia: l’Elea 9003.
Non è il computer a dare soluzioni, ma è sempre la mente, il sapere umano che sta nel programma che fa funzionare l’elaboratore.
“Nel corso degli anni ho avuto altre offerte di lavoro, ad esempio dalle banche. Ma ho rifiutato” racconta Aguzzi. “Quello che facevo mi piaceva e stimolava, richiedeva capacità risolutive che stuzzicavano il mio ingegno. Occorre dirlo: nel mondo dei computer, non è il computer a dare soluzioni, ma è sempre la mente, il sapere umano che sta nel programma che fa funzionare l’elaboratore. Di per se stessa è una macchina stupida se non ha le informazioni dell’uomo”.
“L’intelligenza artificiale? Ha bisogno dell’uomo”
Oggi però siamo nell’era dell’intelligenza artificiale. “Non è una intelligenza superiore: è una macchina, inventata dall’uomo, da essa rifornita con la propria conoscenza. Se non avesse le informazioni fornite da noi stessi, non sarebbe in grado di rispondere. E può sbagliare, essendo una macchina: ha sempre bisogno del contributo umano per funzionare correttamente. L’intelligenza artificiale può facilitare l’attività umana, non potrà mai sostituirla, non potrà mai essere posta, ad esempio, a gestire un arsenale nucleare”.
Incontri newsletter 31 – giugno 2025

