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Germano Innocenti, poeta dell’essenziale: la parola ridotta all’osso

Con “Quel rossore di tramonto sulle mura”, l’artista, giornalista e critico letterario maglianese, che da anni vive in Umbria, arriva alla decima silloge con una svolta stilistica radicale: versi brevi, rimati, aforistici

È uscita la nuova raccolta poetica di Germano Innocenti. Una silloge diversa dalle altre. Non nei contenuti, dove il dolore ha sempre una sua centralità, come pure l’amore spesso tormentato e la profonda critica alla società. Ma senz’altro nella forma, rimata e a tratti aforistica.

Le parole si son fatte terribilmente asciutte. E con esse le immagini che solitamente impinguavano le prove precedenti. Siamo di fronte a un cambiamento radicale, stilisticamente parlando. Molte poesie sono infatti essenziali. Somigliano a graffianti aforismi. O a inconsolabili haiku. È davvero una raccolta ‘nuova’ quella edita dalla Daimon Edizioni con il titolo Quel rossore di tramonto sulle mura. La firma è di Germano Innocenti, giornalista, docente universitario, critico letterario, mentore e vero poeta.

Giunto alla decima silloge, il suo poetizzare s’è andato evolvendo, senza dubbio maturando. E la visione romantica degli inizi, ricca di simbolismi e metafore, è così divenuta accettazione, mai passiva, attraverso un uso minimale della parola. Una parola che viene scarnificata. Che viene ridotta all’osso. E in questa sua violenta nudità, non c’è più posto per le immagini, ce n’è soltanto per i concetti.

Il dolore come malattia per sentirsi vivi. Il “discutibile progresso” dell’attuale società “narcotizzata”. L’inferno che gli altri sono per noi, ma pure quello che noi siamo per noi stessi. I feroci conti con il passato. L’amore quasi sempre inquieto, però a suo modo salvifico. Il niente, certamente. E il bel cinismo di chi lo fronteggia avendolo finalmente interiorizzato.

Germano Innocenti al Salone del libro di Torino 2026

Questi ne sono solo alcuni. Ma ce n’è degli altri, altrettanto interessanti. Per scoprirli non rimane che leggere Quel rossore di tramonto sulle mura. La raccolta la potete trovare sul sito dell’editore, sui principali rivenditori di libri online e nelle migliori librerie. Sebbene più scarna, è un’opera decisamente complessa nella sua essenzialità. Che andrebbe però affrontata perché visceralmente sentita, umanamente significativa, dolorosamente rivelatoria.

Qual è il filo rosso dell’opera? E perché un titolo così suggestivo, una romanticheria che di fatto non si compie?

“Trattandosi di poesia è molto difficile stabilire un filo rosso – risponde Germano – perché più che di trama si può parlare di sensazioni, ma direi che la rivisitazione del mio passato personale alla ricerca di cosa salvare, interpretare in maniera differente, o sublimare, potrebbe essere il minimo comune denominatore della silloge. Non la definirei un’opera matura perché lo stesso termine ‘matura’ somiglia troppo a qualcosa di definitivo, mentre per sua stessa natura la poesia vive nel e del precario, ma di una sorta di maturazione. Si è trattato di trasfigurare l’immagine romantica per definizione (il tramonto) in qualcosa che confina più con una cinica accettazione che non con l’innamoramento.

Ovviamente cercando di trasformare l’esperienza individuale in qualcosa di universale attraverso le parole, altrimenti si rimarrebbe nel ristretto cerchio dell’autoanalisi e non dell’esperienza artistica”.

Quali sono le principali tematiche che attraversano la nuova raccolta?

“Oltre alla rielaborazione postuma del passato, di cui ho già detto, il complesso e stimolante rapporto col corpo e con la sessualità, soprattutto in un periodo storico in cui sembra che il mondo sensibile perda sempre più d’importanza: io ritengo che l’arte in genere, e in particolare la poesia, siano un atto anarchico che non possa essere vissuto per procura, fuori dalla rappresentanza e dalla rappresentazione quindi e nel mito che, come scriveva Pavese, ‘è ciò che accade una volta e una volta per sempre’. Poi la spiritualità e il nodo mai sciolto della trascendenza, che non deve necessariamente declinarsi in un discorso di tipo religioso. Aggiungerei la musicalità, non solo come tendenza estetica, ma anche come contenitore dell’informe e mai misurabile fonte del dolore”.

Molti temi ritornano, la forma invece è decisamente cambiata. S’è fatta scarna, essenziale. Vuoi parlarne meglio?

“Rispetto ad Allucinazioni (2016) la mia prima raccolta uscita dopo un lungo periodo di silenzio per i tipi di Ensemble, che era una vera e propria colata incandescente di metafore, una rotolare convulsivo di immagini pronte a contraddirsi le une con le altre, in quest’ultima opera ho proceduto in maniera completamente diversa: da anni mi sono reso conto di scrivere ogni lirica alla rovescia, cominciando dalla fine, tecnica che in qualche modo disciplina anche la forma rendendola scabra, quasi gnomica. Inoltre, le immagini hanno lasciato il posto a concetti-chiave, con un’attitudine più mitteleuropea che simbolica. Ma senza addentrarci in noiosi tecnicismi, io credo che la vera poesia sia una necropoli già sepolta dentro di noi e che l’atto dello scrivere non sia come la progettazione di un palazzo, ma più simile allo scavo di qualcosa che già esiste e che dev’essere riportato alla luce ripulito delle abrasioni e delle incrostazioni del tempo”.

L’introduzione alla tua silloge l’ha scritta Enrico Marià, un poeta con uno stile proprio, estremamente asciutto ma terribilmente evocativo. Come mai hai scelto lui come prefatore? La sua poesia ti ha ispirato?

“Ho ‘incontrato’ la poesia di Enrico in un periodo estremamente complicato della mia vita e mi sono sentito chiamare dalla sua capacità di entrare nel viscerale attraverso immagini violente e a tratti disturbanti, ma sempre oneste. Pur essendo molto diverso dal mio stile, il suo modo di sentire la poesia è identico. Le paratassi che utilizza sono molto distanti dalla moderna tendenza a ‘poeticizzare’ la cronaca, perché non spiegano né raccontano ma rivelano, dissociando significati e significanti, e portando la scrittura in quella dimensione patologica che rende lo scrivere una sanissima malattia. Dopo averne recensito l’ultimo libro (Nuziale, La nave di Teseo), gli ho inviato Quel rossore di tramonto sulle mura più per un sentimento di condivisione, e da lì è nata l’idea di una possibile prefazione”.

Che impatto ha avuto, non soltanto per il poeta ma anche per il Germano docente e giornalista, la rivoluzione digitale sulla scrittura?

“Ritengo la rivoluzione digitale la più radicale, capillare, e totalizzante rivoluzione di tutti i tempi. Non c’è settore umano che non ne sia stato travolto, e siamo soltanto all’inizio. L’intelligenza artificiale, generativa e mai creativa, tende a quella che io ho definito più volte una sostituzione tecnica più che etnica, del genere umano e soprattutto il mondo umanistico sta vivendo una crisi senza precedenti. Dal punto di vista giornalistico diventa fondamentale il controllo delle fonti e l’onestà intellettuale, come docente ritengo quintessenziale l’ora di lezione intesa alla Recalcati, e cioè come stile di insegnamento e trasmissione di passione, mentre in quanto scrittore in senso stretto penso che scrivere sia la vera resilienza, al di là di tutte le strumentalizzazioni politiche che questo termine ha subito negli ultimi anni”.

Io credo che la vera poesia sia una necropoli già sepolta dentro di noi e che l’atto dello scrivere non sia come la progettazione di un palazzo, ma più simile allo scavo di qualcosa che già esiste e che dev’essere riportato alla luce ripulito delle abrasioni e delle incrostazioni del tempo.

Tu sei nato in Sabina e da anni vivi in Umbria. La tua dimensione è sempre stata, in ogni caso, quella della provincia. Credi che per fare grande poesia una realtà così tranquilla sia da preferirsi al caos della città?

“Mi sono sempre ritenuto non un provinciale ma un uomo di provincia, intesa come accesso periferico alle cose del mondo, perché finché ne sei immerso sei incapace di avere una prospettiva lucida, e penso che anche Enrico (Marià) sarebbe d’accordo con me vivendo a Novi Ligure. Abbiamo tanti, e illustri, poeti nati in provincia o che hanno scelto di restarci e non arrivo a dire che il punto di vista parallattico sia migliore di quello della grande metropoli ma solo che lo preferisco. In una poesia di questa silloge scrivo: ‘Non essere provinciali/ è vedere il mondo/come casa nostra/ e casa nostra/ come tutto il mondo’”.

Hai dei progetti in cantiere? E degli eventi in programma?

“Ho pronta un’altra silloge di poesie e ne sto scrivendo un’ulteriore, ma ho in cantiere anche la scrittura del mio primo romanzo e di una raccolta di racconti. Sono stato sia a Più libri più liberi di Roma che al Salone del Libro di Torino (ospite dello stand della Regione Abruzzo su invito del mio ultimo editore, la Daimon, che ringrazio sempre); il 28 maggio a Città di Castello, Circolo degli Illuminati, dialogo con lo scrittore Tarek Komin con la mediazione di Alessio Fiorucci e l’ausilio di un musicista e di un’attrice; il 12 giugno sono a Perugia per un evento in onore di Sandro Penna e, nel frattempo, con l’amico e musicista con cui collaboro da anni, Enrico Guacci, stiamo approntando un reading itinerante la cui forma si modifica strada facendo”.

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