Il 2 febbraio 1956 iniziò a nevicare. E proseguì fino a marzo. I danni all’agricoltura furono incalcolabili: raccolti, vigneti e uliveti distrutti. Il Comune diede mille lire al giorno ai meno abbienti. Il racconto in un testo inedito di Guido Poeta
L’inverno del ’56, sotto il profilo meteorologico e naturale, viene considerato il più difficile che la comunità maglianese ricordi a memoria d’uomo. Le eccezionali e intense nevicate, che si abbatterono su tutta l’Italia, coinvolsero anche il territorio di Magliano. Nel centro abitato e nelle campagne circostanti si accalcò una spessa coltre di neve, cui susseguirono gelate e freddi polari. Mai calamità naturale fu tanto nefasta, specie per la produzione agricola e per l’economia in generale. Enormi blocchi di neve sostarono per mesi per strade e piazze della “città”: in piazza Garibaldi la neve ammucchiata resistette fino ad aprile per sciogliersi, le comunicazioni stradali rimasero interrotte, i tetti delle case cedevano sotto il carico possente della neve, le attività economiche subirono un pesante rallentamento, in alcune casi anche cessarono del tutto.
A’ tembu da neve
I contadini, allora numerosissimi, piangevano sui raccolti distrutti e sugli uliveti e i vigneti ormai rinsecchiti senza speranza. Ancora oggi, quando si fa cenno al ’56, non si dice: “Nell’inverno del ’56” ma “A’ tembu da neve”, per indicare come questo periodo sia rimasto tristemente scolpito nei ricordi dei maglianesi. Sembrava che il gelo avesse congelato ogni iniziativa, che tutto si fosse immobilizzato.
La mobilitazione per sgomberare le strade
L’impossibilità di riprendere qualsiasi lavoro produttivo si chiudeva ogni giorno di più, qualsiasi prospettiva sembrava preclusa, lo spettro di un futuro senza speranza incominciava a delinearsi nel tessuto sociale. Nei locali pubblici del centro abitato i clienti si raccoglievano in attesa di essere chiamati a sgomberare le strade dalla neve; gruppi di operai, ma anche impiegati e artigiani si adoperavano per rendere agibile la strada provinciale di collegamento con la Flaminia per raggiungere la stazione ferroviaria. Ciò nonostante i collegamenti con la ferrovia si resero saltuari a causa delle precipitazioni nevose persistenti che non davano tregua.
Tavoli e biliardi pieni di giocatori
I bar e le osterie erano diventati anche il rifugio dove trascorrere il tempo libero, si fa per dire: tavoli pieni di giocatori, biliardi occupati tutto il giorno… era l’unico modo per ammazzare il tempo, quando non c’era da spalare la neve. Oppure chiusi nelle proprie abitazioni in attesa di riprendere i lavori lasciati in sospeso.
Il ricorso alle scorte alimentari
L’amministrazione comunale, dato lo stato di emergenza, dava ai meno abbienti un sussidio giornaliero di mille lire e alcuni generi di sussistenza. Le famiglie del centro abitato, per lo più occupate anch’esse nell’agricoltura, riuscirono a sostenersi grazie alle scorte che tradizionalmente conservavano: grano, farina, maiali macellati da poco, pollame, conigli, insomma quella che era l’alimentazione tradizionale di una comunità agricola. Nelle campagne i contadini, per fortuna, avevano una discreta quantità di foraggi per gli animali, e una sufficiente riserva di alimenti e di legna che consentirono loro di sopravvivere fino al raggiungere della primavera, che fra l’altro tardò a venire.
La primavera svelò i danni della nevicata
La primavera, anche se sopraggiunse in ritardo, non servì tanto a sciogliere la neve gelata, quanto a constatare i gravi danni recati alla produzione agricola, che ne uscì completamente disastrata: gli oliveti rinsecchiti, i vigneti quasi completamente cancellati. L’economia locale fu colpita al cuore dal momento che l’agricoltura, cui ci si dedicava quasi il 40% della popolazione attiva, aveva subito guasti irreparabili.
La situazione delle campagne divenne difficilissima
La conseguenza fu che dopo l’inverno del ’56 le condizioni della classe agricola si resero tanto problematici che una parte dei contadini si affrettò a recidere i contratti colonici per la perdita dei raccolti, ma anche perché le case coloniche non erano ancora servite dalla corrente elettrica e dall’acqua corrente, insomma tutte quelle comodità che una vita “civile” avrebbe richiesto. Le strade erano rimaste dissestate, a volte impercorribili, quindi le distanze dal centro urbano assorbivano maggiore tempo di percorrenza; per di più da aggiungere che le aziende agricole non erano ancora dotate diffusamente di macchine agricole. D’altra parte, come tradizione, i rapporti fra padroni e contadini si fondavano su una reciproca diffidenza, per cui i contrasti erano all’ordine del giorno. Inoltre, i figli dei contadini, lontani dal paese, erano costretti a frequentare le scuole rurali in locali vecchi e fatiscenti con un unico insegnante organizzate in pluriclassi. In conclusione la situazione nelle campagne era diventata molto difficile soprattutto perché non rispondeva più alle esigenze dei “nuovi” tempi.
Questo testo è un inedito di Guido Poeta, maestro e storico (1937-2022)
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Incontri newsletter 36 – gennaio febbraio 2026

