A inizio anni ’70 Luciano Minestrella diede vita assieme a un gruppo di giovani a uno straordinario esperimento sociale: lo sport senza decisioni dall’alto, ma con un approccio democratico. Socrates arrivò 10 anni dopo
Una squadra che era un collettivo. Con un “fratello maggiore” che faceva da guida e coach, condividendo però ogni scelta con i ragazzini che lo seguivano. Si decideva tutto insieme, in assemblea: dal colore delle maglie a chi doveva giocare, da come e quando allenarsi a quali campionati partecipare.
Accadeva a Magliano e nella pallavolo. Può sembrare la democrazia corinthiana, il movimento che all’inizio degli anni ‘80 sfidò – vincendo – il regime militare brasiliano, mettendo in pratica la democrazia all’interno di una squadra di calcio, il Corinthians. Ma tutto questo avvenne dieci anni prima e nella comunità maglianese.
Si allenavano al campetto della parrocchia
Correva l’anno 1970. Luciano Minestrella era appena rientrato a Magliano dopo la leva militare e aveva preso la guida della squadra maschile della pallavolo della Unione Sportiva Maglianese. Si trattava di un gruppetto di ragazzini tra i 13 e i 16 anni che si allenava nel campo parrocchiale del Cis.
“Insieme agli altri dirigenti avevamo sistemato il campetto e c’era una discreta attività”, ricorda Minestrella. Tornando indietro nel tempo di oltre 50 anni, gli si illumina lo sguardo. Ricorda tutto: la passione, la voglia di cambiare il sistema, le battaglie, le vittorie, le sconfitte e le amarezze. Gli brillano gli occhi quando parla di quella squadra che fu l’inizio del suo affascinante percorso sociale, politico e artistico che ha lasciato un segno indelebile nella comunità maglianese.

Un gruppo di ragazzi che condivideva tutto
“Ero il loro ‘fratello maggiore’ e così decidemmo insieme di portare avanti una sorta di esperimento sociale”. Un’autogestione che ha fatto crescere, per circa un biennio, quel gruppo di giovani. Solo per fare qualche nome degli atleti – che poi saranno l’ossatura storica del volley maglianese per molti anni dopo– si va da Umberto Fidenzi ad Antonio Massoli, da Paolo Gioia a Fabrizio Nesta, poi Sergio Marinucci e Moreno Mattiazzo.
Il più grande, all’epoca, non arrivava a 16 anni. Iniziarono dai tornei estivi con le due forti formazioni civitoniche di allora (San Lorenzo e Arci) e Orte per poi iniziare a giocare nei campionati Fipav del Lazio. “Le decisioni venivano prese confrontandoci e parlando. Addirittura, producemmo un documento, una sorta di manifesto sociale del volley maglianese, dopo un’assemblea durata oltre un giorno”.
I soldi venivano utilizzati, oltre che per le attrezzature e il vestiario sportivo, anche per aiutare, se ce n’era bisogno, la famiglia di qualcuno che magari faticava a tirare avanti.
Luciano Minestrella
Veniva condivisa ogni cosa. Anche i pochi finanziamenti che arrivano dal contributo/rimborso che la squadra percepiva per le partecipazioni ai Giochi della Gioventù. “Tutto veniva messo in una cassa comune – ricorda Minestrella – e i soldi venivano utilizzati, oltre che per le attrezzature e il vestiario sportivo, anche per aiutare, se ce n’era bisogno, la famiglia di qualcuno che magari faticava a tirare avanti. È questa la cosa più bella di quel biennio: avevamo realizzato un mutuo soccorso”.
Un’esperienza durata “solo” due anni
Un’esperienza che si spense alla fine del 1971 dopo un biennio scarso e che fu caratterizzata anche dagli scontri con i dirigenti storici dello sport maglianese. “Il mio modo di rapportarmi con i ragazzi venne criticato, ma andammo avanti lo stesso per un po’ ”. Lo scontro creò una frattura, con la nascita della Tiberis, poi le due società si rimisero insieme qualche anno dopo, confluendo nella Polisportiva Maglianese.
Nel frattempo, l’utopia della squadra autogestita era finita. “È stata una costante della mia presenza nella comunità. In più tratti ho dovuto rompere con gli equilibri sociali e politici presenti e in quegli anni successe più volte. Io volevo che i ragazzi continuassero a confrontarsi con realtà consolidate a livello sportivo e pallavolistico e dunque rimanere nella Fipav Viterbo per giocare contro Civita Castellana, Orte o Tuscania (realtà che negli anni hanno raggiunto i massimi livelli). Invece fu proposto di andare a Rieti dove la pallavolo all’epoca non esisteva. Capii che non si poteva portare avanti il progetto e lasciai la squadra per dedicarmi alla ‘Scuola libera’ che avevo aperto nell’estate del 1970”. Ma questa è un’altra storia. O, meglio, è un capitolo successivo della stessa storia. Che richiederebbe un’altra puntata.
newsletter 13 – giugno 2023

