Uno spaccato di una Magliano di 53 anni fa che ignoriamo o abbiamo dimenticato. Una comunità nella quale vecchiaia, precarietà economica e osterie si combinavano. Un racconto semiserio che finì nella pagina Cultura del Messaggero nazionale
L’umanità si trova ovunque, dalle grandi città alle zone di montagna più isolate, dalle città a misura d’uomo fino ai piccoli centri della provincia italiana. Come la Magliano Sabina del 1972, la Magliano che non sospettiamo – o abbiamo dimenticato – di 53 anni fa.

Ed era proprio questa umanità che amava raccontare Giancarlo Del Re (1931-2011), storica firma del Messaggero. Fu tra i pochi giornalisti a ottenere l’accredito per la prima edizione del Festival di San Remo del 1951 e soprattutto, da capocronista, fu dal 1958 titolare della celebre rubrica Avventure in città, che avrebbe firmato sino al 1997, sulla prima pagina della Cronaca di Roma. È stato anche l’autore di Parole parole di Mina o della fiction Rai Linda e il brigadiere con Nino Manfredi e Claudia Koll.
Del Re raccontava vizi e virtù del popolo romano e dei centri nei dintorni di Roma e, il 1° dicembre 1972, comparve sulla terza pagina del Messaggero – quella della cultura – un suo articolo a tutta pagina su Magliano. Un pezzo magistrale, intitolato Un bicchiere per vivere, che ci racconta la realtà maglianese di inizio anni 70 vista con gli occhi di un forestiero . Nel catenaccio: “Il rincaro del vino ha provocato a Magliano Sabina proteste e persino «scioperi» tra gli habitués delle osterie locali. La vicenda è semiseria, tuttavia ne emerge un problema serio: quello della condizione umana (solitudine e povertà) dei vecchi in provincia”.
Dove si beveva un quartino di vino (o anche più)
Erano proprio le osterie, dagli anni ‘40 fino agli anni ’70, i luoghi di ristoro di braccianti agricoli, operai, muratori e pensionati che abitavano Magliano. Luoghi dove consumare “un quartino di vino” (un quarto di litro) – o anche una quantità maggiore – mentre si faceva una partita a carte o in solitudine al tavolo dove si rifletteva sulle fatiche della giornata con il mento appoggiato sui pugni. Di esse e delle ghenghe che le frequentavano, su Incontri, ha scritto ad esempio Claudio Tondinelli nel febbraio 1998 nella sua rubrica Majanesi.
Tra le tante, quelle che sopravvissero fino agli inizi degli anni ’80, furono due: l’osteria di Geppa, ubicata a San Pietro e vicina alla storica sede del Pci (ora Pd) e quella di Buchettu, a via Cardinal de Lai (dove poi aprirono la birreria La Lucciola dei fratelli Morelli e quindi un’altra osteria, quella di Zio Lillo di Carlo Tondinelli).
Un giornalista nell’osteria di Buchetto
Proprio l’osteria di Buchettu fu raccontata dal grande cronista Giancarlo Del Re – accompagnato da un grande fotoreporter, Sandro Becchetti (1935-2013) – per un fatto singolare: lo “sciopero dei bevitori”. In quel 1972 il prezzo del vino aveva subito una notevole impennata e gli avventori delle osterie avevano cominciato ad astenersi dal consumarlo, protestando con i titolari delle osterie. Giancarlo Del Re riportava le parole di Buchettu, al secolo Franco Santini, oste ironico e famoso per portare in bocca la sigaretta al contrario prima di accenderla. Il titolare dell’ osteria attribuiva il rialzo al Comune, reo di avergli recapitato una cartella della tassa sulla nettezza urbana di 58 mila lire (circa 563 euro ai prezzi di oggi), e al maggiore prezzo del vino applicato dal grossista Pietro Ricci. In più, Buchettu si lamentava anche del fatto che gli avventori consumavano davvero poco.

“I vecchi vanno all’osteria – scriveva Del Re – ordinano un quartino per uno e giocano a tressette tutto un pomeriggio e tutta una sera. Buchetto ci mette il vino, le carte, il servizio, la luce e pure «i parati novi, questi co’ le fole che prima li muri facevano schifo». I vecchi ci mettono cento lire a testa, ma fino all’aumento ce ne mettevano solo cinquanta. E «ar momento de pagà, me daveno mille lire pe’ omo e tutti voleveno novecentocinquanta lire de resto» ”.
Gli effetti della tassa sul vino della Cee
Al di là di tasse comunali e maggiorazioni di prezzo applicate dal grossista, il 1972 fu davvero un anno difficile per la bevanda di Bacco: la Cee (Comunità economica europea, antenata della Ue) introdusse “la tassa sul vino”, tra Italia e Francia ci fu una vera guerra dei dazi per combattere l’eterna lotta tra champagne e vino e da ultimo, fenomeni metereologici danneggiarono le vigne creando una fisiologica impennata dei prezzi per la scarsa raccolta dell’uva. La scarsa raccolta e la mediocre qualità della stessa, viene riportata anche dall’articolo del Messaggero nel quale si racconta di un cliente che afferma «er vino de quest’anno è un’acqua e s’è sarvata solo la Sicilia».

Lo “sciopero dei bevitori” di Magliano Sabina durò solo un paio di settimane, sia perché gli osti non cedettero sui prezzi e sia perché, alla fine, il richiamo del vino fu troppo forte per gli avventori di questi locali che, pur di consumare il solito “quartino”, preferirono fare economia su altro. L’articolo del Messaggero però, oltre ad accendere la luce su questa singolare protesta, ci fa capire anche il contesto economico e sociale di allora: si parla di pensioni medie che, in realtà industriali raggiungevano le settantamila lire al mese (680 euro di oggi) mentre a Magliano, venivano unicamente erogate dalla Previdenza Sociale per un ammontare massimo di trenta mila lire (291 euro di oggi) al mese, condizioni che rendono particolarmente oneroso un aumento del vino di “quattro mila lire a quintale”.
Da Geppa l’incontro con Lillo e Roberto
Il viaggio del cronista proseguiva anche nell’osteria di “Geppa”, dove il grande cronista racconta dell’incontro con lo storico macellaio maglianese Lillo Calabrini, padre del grande amico di Incontri e compianto Alberto. Lillo, che chiamava con disinvoltura il proprio interlocutore “ragazzo!”, non fece eccezione nemmeno per Del Re e gli dipinse Magliano come un paese ricchissimo con depositi bancari pari a ben sei miliardi delle vecchie lire (attualizzati: 58 milioni di euro).
«Sei miliardi, ragazzo, ciavemo sei miliardi nelle banche». Sei miliardi diviso quattromila abitanti, farebbe un milione e mezzo a testa. Sei miliardi di chi? «De noi majanesi, e de chi? Nelle banche. Sei miliardi ragazzo. Liquidi. Sei miliardi!».
Nell’osteria di Geppa, il giornalista incontrò poi un tale Roberto, classe 1918, che si lamentava della propria condizione economica e che confessava di ambire a guadagnare “cinquecento lire al giorno in più delle settecentocinquanta” che si faceva bastare.
Quella che emerge dal racconto di Del Re è una fotografia di Magliano per certi aspetti non troppo distante da quella attuale: l’agricoltura come primo settore economico del paese, lo spopolamento con le generazioni più giovani che lasciano il paese che contava quattro mila abitanti ma che, pochi anni prima, arrivava a seimila anime. Ma anche come allora a 60 anni non si fosse più idonei al lavoro nei campi e come anche si sfuggisse la solitudine, oltre che si risparmiasse sul riscaldamento, rifugiandosi in osteria. Da notare infine una profezia pienamente avveratasi di Lillo Calabrini che, parlando della prossima apertura – al tempo – della nuova struttura dell’ospedale Marzio Marini, disse: «Ora che finischeno l’ospedale novo, c’avanza l’ospedale vecchio. Lì mettemo lì, i vecchietti majanesi».
La storia dello “sciopero dei bevitori” è raccontata dal libro Com’erimio, volume II di Alfredo Graziani.
Uno scatto degno di un dipinto
La foto che accompagna l’articolo di Giancarlo Del Re – riprodotta parzialmente sopra al titolo in questa pagina e nella quale si riconoscono Edoardo Pascucci, Guido Innocenti e Buchetto – è firmata da un reporter che ha documentato Roma, ma anche grandi personaggi come Fellini: Sandro Becchetti. Alla sua opera è dedicata una pagina Facebook molto ricca. Quello che colpisce dello scatto – pubblicato a pagina 3 del Messaggero del 1° dicembre 1972 – è la capacità compositiva di figure assorte che riempiono la profondità della sala. Un’opera che in epoche precedenti si sarebbe detta di un grande pittore. Curioso, ma emblematico, è come gli avventori non abbiano bicchieri sui tavoli – in coerenza con la storia dello sciopero – e portino tutti un caratteristico copricapo. (r.i.)

Incontri newsletter 37 – febbraio 2026

