Commemorato il militare colpito in un’imboscata a Berardelli durante le tensioni tra fascisti e contadini. Una vicenda controversa, qui ricostruita da Guido Poeta

Il 18 giugno, a Berardelli, di fronte alla stele che ne ricorda la morte è stato commemorato dal comandante provinciale dei carabinieri, il colonnello Bruno Bellini, il carabiniere Nazzareno Rosati, ucciso in un attentato il 17 maggio 1921. Alla cerimonia erano presenti i sei pronipoti del militare, originario di Giano dell’Umbria e morto a Magliano a 21 anni. Hanno partecipato, oltre al sindaco Giulio Falcetta, il comandante di compagnia di Poggio Mirteto, quello della stazione di Magliano Sabina e rappresentanti dell’Associazione carabinieri. Il cippo è stato benedetto da don Ariel.
Per l’occasione è stata offerta alla stampa una ricostruzione della vicenda che, pur non volendo, potrebbe dare adito a letture parziali dei fatti, pur sempre violenti, illeciti ed esecrabili. Eventi che sono avvenuti in un contesto di rivolta popolare nei confronti del fascismo, che proprio in quelle ore cercava di imporsi con la violenza. Una situazione complessa e di difficile intrepretazione: lo stesso cippo ad esempio – posato nel 1933, in pieno regime fascista (che era andato al potere sovvertendo le istituzioni) – usa il termine “sovversivo” nei confronti di un omicidio che sarebbe stato forse meglio definire “criminale“. Per queste ragioni pubblichiamo un breve estratto di un saggio di Guido Poeta comparso nel 2017 nel volume “Storie e Microstorie della Bassa Sabina nel periodo delle Guerre Mondiali” (Edizioni Espera).

Tafferugli e uccisione del carabiniere Rosati
di GUIDO POETA

Nel mese di aprile 1921 inizia la propaganda fascista, che aveva trovato vari aderenti in loco, non ancora regolarmente costituiti, tuttavia aderenti al “Fascio di Roma” tramite il conte Valentino Orsolini Cencelli [1]. La contrapposizione fra gli esponenti del partito socialista e i seguaci del fascismo culmina durante il periodo pre-elettorale – le elezioni generali politiche si sarebbero svolte il 15 maggio – quando squadre fasciste iniziano a compiere atti di violenza contro i beni dei contadini distruggendo masserizie, arnesi di lavoro e provviste alimentari, e appiccando il fuoco ai pagliai [2]. Le tensioni sociali si acutizzano ancor più allorché la propaganda fascista mette in circolazione l’idea che il patto colonico, faticosamente concluso l’anno precedente, doveva essere ritrattato nel senso che un terzo del prodotto doveva andare ai contadini, un terzo al padrone e un terzo al fascio [3].
In questa situazione alquanto tesa, il 4 maggio 1921, il sindaco Giovanni Trombetta e i membri del consiglio comunale rassegnano le dimissioni in massa con la seguente motivazione: «date le attuali condizioni sociali». Il Sotto Prefetto di Rieti provvede immediatamente ad inviare a Magliano il Commissario Prefettizio Tito Livio Capuano [4].
A metà mese il sindaco dimissionario Giovanni Trombetta denuncia che il 16 maggio una squadra di fascisti, con Cencelli in testa, aveva usato violenza contro di lui nella sua abitazione, fatto non ritenuto vero dagli accertamenti dei carabinieri. Il giorno successivo, comunque, si riuniscono in piazza Garibaldi 400 contadini, che manifestano contro il conte Cencelli, costretto a chiudersi in casa, contro altri fascisti del luogo e contro quelli di Roma venuti a Magliano per la propaganda fascista, per i quali si reclamava l’allontanamento [5].

Dopo un incontro con il Commissario in municipio, teso a calmare gli animi, Giovanni Trombetta promette di volersi accordare con Cencelli e di far sciogliere l’adunata; invano, perché gli animi erano sovraeccitati. Alle ore 18 giungeva a Magliano una squadra di fascisti provenienti da Fabrica di Roma, alla vista dei quali i contadini «come per incanto si allontanarono dal paese». In un diverbio con un fascista di Fabrica viene ferito Domenico Calabrini, assessore socialista; ciò provoca, da parte di alcuni amministratori socialisti, l’incitamento ai contadini ad armarsi e l’ordine di spargersi per le campagne in attesa dell’arrivo di altre squadre fasciste, come scritto nel processo verbale dei carabinieri.
Data la gravità della situazione i militari provvedono a richiamare rinforzi da Rieti e da Fara Sabina, tanto che da Rieti parte alle ore 19,30 un camion con alcuni carabinieri a bordo. Quando sono all’altezza di Berardelli, a circa cinque chilometri da Magliano, nel buio, da una macchia sul ciglio della strada, il camion è fatto segno di tre o quattro colpi di arma da fuoco. Il carabiniere Nazzareno Rosati, colpito alla testa, moriva all’istante, mentre un altro carabiniere, Greco, viene ferito alle spalle, tutti gli altri balzano dal camion e sparano verso la macchia da dove erano venuti gli spari.
L’immediata perquisizione dei dintorni porta i militari all’arresto di Carolina Varasconi e delle figlie di 21 e di 15 anni, abitanti in un casolare vicino la strada, per aver fatto resistenza alla “forza”. Nel proseguire la perlustrazione trovano nella stalla il marito, Eugenio Agostinelli. Dopo una breve colluttazione con un carabiniere cade a terra; interrogato se in possesso di armi, risponde di non possederle.
Per timore di altre imboscate, i militari procedono a piedi in ordine sparso, seguiti dal camion dove giaceva il cadavere del carabiniere Rosati e gli arrestati. Appena dopo un chilometro una nutrita scarica di fucileria, proveniente da un boschetto laterale, colpisce alcuni carabinieri: rimangono feriti Giuseppe Izzo, alla zona facciale, Geraldo Colandrello alla nuca, Gennaro De Vita all’occhio sinistro, e Pilati, «fratello del conducente il camion», alla regione facciale. I militari rispondono al fuoco con colpi di rivoltella e di moschetto, ma nel rastrellare il terreno d’intorno non trovano anima viva: i fuggiaschi, favoriti dall’accidentalità del terreno, si dileguano. A questo punto la “forza” decide di cambiare rotta: Carolina Varasconi, «mossa da tardo rimorso» sente il bisogno di avvertirli: «Non andate più avanti che c’è di peggio», come riferisce il processo verbale dai carabinieri.

A questo punto i militari decidono di tornare indietro, e per la strada incontrano un camion di fascisti diretti a Magliano; li fermano a Montebuono. Poi tutti insieme scendono a Tarano, dove sono prestate le prime cure ai feriti. Trascorsa qui la notte, ritornano a Rieti.
Il mattino seguente il tenente Valenti con tredici carabinieri torna a Magliano per rastrellamenti e identificazioni; a lui si associa il tenente Domenico Dantini della tenenza di Fara Sabina con altri quindici carabinieri, con loro collabora il maresciallo della stazione di Magliano Alfredo Marianacci. Si procede agli arresti di sedici contadini, indiziati o perché abitavano vicino al luogo dell’agguato o perché trovati in possesso di armi.
Nel frattempo si erano concentrati a Magliano un centinaio di fascisti provenienti da Rieti, Fabrica di Roma e Otricoli, i quali, in assenza della “forza”, avevano bruciato qualche pagliaio e due cascinali sempre nei dintorni del luogo dell’imboscata. Con l’arrivo dei carabinieri le squadre fasciste si allontanano e tutto ritorna tranquillo.
Durante gli interrogatori si scopre che un’altra aggressione contro i fascisti e contro i carabinieri era stata preparata fra la località Madonna Grande e il cimitero. A questa avevano preso parte una trentina di contadini, che però non ebbe luogo. In conclusione, dopo gli interrogatori vengono denunciati al Procuratore di Rieti, per rispondere all’accusa di omicidio, oltre trenta persone fra le quali Giovanni Trombetta, Domenico Calabrini e Aurelio Manni.
L’avvenimento suscita nell’ambito della cittadinanza maglianese tale sgomento che si costituisce subito un Comitato cittadino per promuovere una pubblica sottoscrizione in favore della famiglia del carabiniere Nazzareno Rosati [6], attraverso la quale si raccolgono £ 5.979, inviate poi alla famiglia del carabiniere ucciso dai “comunisti” [7].
[1] Legione Territoriale Carabinieri Reali di Roma, Carabiniere Rosati Nazzareno, processo verbale n. 18 del 23 maggio 1921 – Stazione carabinieri di Magliano Sabino [Archivio privato dell’autore].
[2] Cfr. F. D’Erme, Latina secondo Cencelli, Latina 2002, vol. III, p. 208, confermato dalla tradizione orale.
[3] Legione Territoriale Carabinieri Reali di Roma, Carabiniere Rosati Nazzareno, processo verbale n. 18 del 23 maggio 1921 – Stazione carabinieri di Magliano Sabino [Archivio privato dell’autore].
[4] ASCMS Reg. Del. n. 10 – 1910-1921 – Delibera del 4 maggio 1921.
[5] Legione Territoriale Carabinieri Reali di Roma, Carabiniere Rosati Nazzareno, processo verbale n. 18 del 23 maggio 1921 – Stazione carabinieri di Magliano Sabino [Archivio privato dell’autore].
[6] ASCMS Cart. Amm. CB/233/1418. Il termine “comunisti” si registra in un documento dell’Arma.
[7] ASCMS Reg. Del. n. 10 – 1910-1921 – Delibera del 29 maggio 1921.

