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I colori della libertà, da attore a pittore: le metamorfosi di Marco Marciani

Intervista a cuore aperto all’artista maglianese che racconta le origini del suo talento – dal teatro ai colori – le tecniche e le ispirazioni che lo muovono

Dal palcoscenico alla tela, riscoprendo il proprio Io con un occhio sempre attento alla platea. Ieri quella del teatro oggi quella del pubblico delle mostre pittoriche. È ormai giunta a maturazione la metamorfosi di Marco Marciani (chi è) che i maglianesi (e non solo) hanno imparato ad apprezzare, oltre che sulle scene e come insegnante di teatro, anche come un brillante pittore caratterizzato dal gusto per il colore e la sperimentazione.

I quadri di Marco Marciani – in bilico tra figure astratte, post impressionismo e ricerca dei materiali con una ‘passione’ per i fiori – riscuotono sempre più apprezzamenti dalla critica e ormai da almeno cinque anni sono applauditi in varie mostre. In molti, anche a Magliano, non si sono voluti far mancare un suo dipinto in casa, magari dopo esserne stati stregati dalle immagini viste sui social.

Viene fuori la mia voglia di libertà, specie nei lavori in cui lavoro con il materiale i colori e la loro luce. Cerco comunque sempre il bello, ma sempre con il mio stile sempre meno incasinato diciamo e più personale

Marco Marciani

Tela, tavole, plexiglass. E poi la materia: colori naturali, acqua, olio extra vergine di riciclo. Questi sono i tratti distintivi delle sue opere.  “Ho voluto lavorare soprattutto sulla fluidità del segno”, ha spiegato Marco presentando la sua ultima mostra Fioritura di luce che è stata allestita tra luglio e agosto prima all’eCostello di Magliano poi a Calvi. Una fluidità raggiunta “grazie all’olio evo, proveniente da riciclo che, insieme ai pigmenti, ho fissato su plexiglass con acrilico spray. In pratica, ho cercato di lavorare in sottrazione, come fossi una stampante”.

Eravamo abituati a pensare a Marco come attore. Quando avviene la metamorfosi da attore a pittore?

Marco Marciani

“Più che una metamorfosi è un ritorno alle origini, al Marco bambino. Ho iniziato a disegnare e maneggiare i colori a sei anni. Mi piaceva tanto e da piccolo leggevo tutto ciò che parlava di arte nelle riviste. Una passione vera, disegnavo tanto, e già allora manifestavo la volontà di esprimere in libertà il mio disegno. Ricordo con un sorriso ciò che mi dicevano a scuola quando manifestavo per esempio resistenza verso il disegno tecnico proprio per questa mia voglia di libertà. Oggi dico che avevano ragione loro. Questa vocazione ebbe l’appoggio, per esempio, delle mie cugine che mi regalarono i primi pennelli e i primi colori professionali. Poi però ebbi un trauma…”

Cioè?

“Ero ancora ragazzino e, come detto disegnavo tanto, decisi di partecipare a una manifestazione dedicata all’arte che si organizzava in quegli anni a Montebuono, la mostra organizzata dall’associazione ‘Cimacolle’ che richiamava artisti che esponevano in tutto il centro storico. Vennero messi in mostra anche i miei disegni. Ma proprio confrontandomi con chi dipingeva davvero capii che non bastava la passione. Mi diedero pure una medaglia, forse per consolazione perché ero ragazzino, ma quando tornai a casa la misi da parte e stracciai tutti i disegni. Non pitturai più, ma la passione non è mai svanita”.

Poi hai incontrato l’arte in un’altra forma e sei diventato attore. Come avvenne?

“Prima bisogna raccontare un’altra tappa. Quell’episodio della mostra da ragazzino e l’esistenza da adolescente mi convinsero, ancora giovane, a trasferirmi in un contesto dove potevo respirare l’arte senza essere travolto dai ritmi della città. Scelsi Firenze dove, appunto, l’arte non manca. Lì iniziai a lavorare come fotomodello e mi avvicinai alle scuole di recitazione. Poi morì mio padre e decisi di riavvicinarmi a casa andando a Roma, una città dove c’erano molte opportunità nel cinema e nel teatro. La svolta è arrivata quando incontrai Beatrice Bracco, insegnante di recitazione che mi ha trasmesso la bellezza del mestiere di attore, svelandomi i meccanismi di interpretazione. Ho fatto tanto teatro, cinema, ma soprattutto ho avuto l’onore di insegnare nella sua Accademia. Quando Beatrice è venuta a mancare (nel 2012, ndr), mi sono un po’ allontanato da quel mondo ed è in quel periodo che ho trovato il coraggio di tornare ragazzino riprendendo a dipingere”.

Quando hai capito che potevi (ri)percorrere anche la strada della pittura e che le tue opere erano apprezzate?

“Anche in questo caso c’è un incontro speciale. Tra i clienti del locale di famiglia c’è Memmo Mancini che è stato il coloraio, ossia il fornitore di colori, di artisti come Guttuso, Salvator Dalì, De Chirico, Schifano o Balthus. Il giorno che lo vidi meravigliato davanti a un mio dipinto capì che potevo dire qualcosa con i quadri. Mi ha dato numerosi consigli e incoraggiato molto”.

Poi è arrivato il momento di confrontarsi con il pubblico. Quando hai capito che era il momento giusto?

“E’ stata Chiara Palozza, direttrice dell’eCostello, a convincermi a fare questo passo organizzando la prima mostra nei locali della struttura alle Mura. Ne sono seguite altre sempre all’ostello, a Calvi, a Roma, Viterbo e in varie parti d’Italia. Per quella prima mostra ci fu una bellissima critica di Duccio Trombadori poi è arrivato Lorenzo Canova che ha curato le ultime mie mostre. Ora di certo non mi voglio fermare”.

Come autodescrivi la tua arte?

“Il mio stile è un figurativo molto personale. Un astratto, ma non assoluto. Spesso le mie idee partono alle fotografie e nonostante lo stile mantengono la luce della foto”.

Si può ritrovare il teatro nei tuoi lavori?

“È possibile, alcune opere più di altre non sono statiche. Rappresentano un movimento, un’interpretazione espressa con il pennello sui vari materiali che utilizzo: tela, tavola o plexiglass”.

Dove ami dipingere? Hai un posto prediletto oppure un laboratorio?

“Spesso il mio lavoro di preparazione è in qualche modo caotico. Lascio andare le idee e mi piace sperimentare. Ultimamente uso molto l’olio extravergine di oliva di riciclo per dipingere e ovviamente sporco un po’. Dunque lavoro prevalentemente all’aperto anche perché molte mie opere sono di medio-grandi dimensioni. Ma non escludo che un futuro possa trovare un luogo dove lavorare ed esporre i miei lavori, una specie di laboratorio museo”

Quanto c’è della tua personalità, del Marco uomo e artista, nei tuoi dipinti?

“Nei primi miei lavori il tratto quasi confuso tendeva, volontariamente o meno, a nascondere il mio Io. Traspariva la voglia di rappresentare per l’altro, ma andando avanti con il tempo questo tratto nasconde sempre meno la mia personalità e viene fuori la mia voglia di libertà, specie nei lavori in cui lavoro con il materiale i colori e la loro luce. Cerco comunque sempre il bello, ma sempre con il mio stile sempre meno incasinato diciamo e più personale”.

Il Marco attore non esiste più?

“C’è ma si è sviluppato in altre cose. Non solo teatro, palcoscenico, cinema o spettacolo ma anche i miei quadri. Le cose stanno insieme. Poi con la recitazione non ho troncato: ho collaborato recentemente a uno spettacolo di successo (Siamo tutti gay) portato in scena a Roma da Lucilla Lupaioli su una mia idea e continuo con entusiasmo e soddisfazione a seguire il Gruppo Teatrale di Magliano Sabina. La riscoperta della pittura mi ha solo completato”.

newsletter – settembre 2022