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Il Gran Carnevale, una parata anarchica di corpi in libertà contro il sistema

È uscito il primo romanzo di Emanuele Poeta con lo pseudonimo di Emanuele Fanny. Ambientato tra Shangai, Barcellona e soprattutto Parigi, narra la formazione del protagonista, Arturo Marciani. Intervista all’autore, che racconta della sua vita tra viaggi e libri

Ogni parola è pesata e pensata. Allo stesso tempo è leggera, trascinante, si fa frase raffinata, ritmo, percussione, musica. È un romanzo dionisiaco quello dato alle stampe da Robin Edizioni con il titolo Il Gran Carnevale a firma di Emanuele Fanny, pseudonimo del maglianese Emanuele Poeta, classe 1981. Artista, scrittore e pure eclettica mente creativa che anima la ricercata esperienza gastronomica della Taverna della Goliardia a piazzetta Cencelli a Magliano Sabina.

L’ambientazione del romanzo è tra Shangai, Barcellona e Parigi – tutte città vissute da Emanuele, grande viaggiatore ed esploratore di mondo e di vite. Il contenuto è invece una vorticosa confessione di “ambizioni creative, amori libertini, conflitti esistenziali, visioni estetiche e notti brave”. Una “confessione” venata da forti componenti autobiografiche.

Potrei citarla male, ma c’è una frase di Sant’Agostino, legata al viaggio e ai libri, che ritengo interessante: ‘Il mondo è un libro e chi non viaggia ne legge una pagina soltanto’.

Scritto nel 2008 Il Gran Carnevale è stato lasciato, ripreso, revisionato, in parte riscritto, rilasciato e infine ripreso per anni. La sua definitiva stesura è arrivata durante il periodo del Covid, la pubblicazione lo scorso 19 novembre. Il volume – reperibile anche online sul sito dell’editore, Amazon e nei principali bookstore – si sviluppa in 548 pagine e promette appunto di essere un lungo corteo, una parata ribelle come il carnevale, fatta di avventure galanti, incontri, discussioni, amicizie dai quali emerge un amore sopra agli altri e una ricerca di bellezza e libertà individuale.

Emanuele Poeta durante una performance

Il Gran Carnevale è il primo romanzo di Emanuele, che ha già pubblicato nel 2003 la raccolta di poesie Vagabondo-Mezzanotte, e che è stato impegnato con il gruppo multiartistico Tropique Noir in una lunga sequenza di performance poetico-teatrali dal 2011 al 2019 in vari appartamenti, teatri, locali a Parigi, Berlino e pure nella natia Magliano. E ora inizia questa nuova avventura artistica con un nuovo “nome” per firmare il romanzo d’esordio.

Chi è Emanuele Fanny? 

“È un tipo che prova a scrivere, nel tentativo di farsi scrittore. Un tipo che la scrittura la ama a fondo. Fanny è un omaggio a mia nonna, che chiamavano così per via di un amore francese di suo zio. Ma nella scelta dello pseudonimo, ci sono pure altri motivi. Uno di questi è il legame con un autore che apprezzo tantissimo: Ferdinand Céline. Céline, infatti, è il nome della nonna. Fanny è, dunque, anche un richiamo alla Francia. E Fanny, se lo pronunci Fànny, in inglese vuol dire sia spiritoso che strano, accezioni a me ben congeniali. Sempre in inglese, nell’uso gergale, indica ‘alcune’ parti anatomiche di cui parlo nel romanzo. E così pure il nomignolo, in un certo qual modo, non fa che divenirne parte”.

Prendiamo per un momento in considerazione Emanuele Poeta, non l’Emanuele Fanny. Nella sua vita ha girato mezzo mondo: ha vissuto a Parigi, Barcellona, Cambridge, Shanghai e ha viaggiato per gli Stati Uniti, il Sudamerica, lungo la Transiberiana fino alla Cina. Cosa lo ha spinto? 

“Potrei citarla male, ma c’è una frase di Sant’Agostino, legata al viaggio e ai libri, che ritengo interessante: ‘Il mondo è un libro e chi non viaggia ne legge una pagina soltanto’. Le due cose vanno a braccetto. Credo ci sia stata in me anche una componente innata – per il fatto poi che sin da piccolo partivo con i miei – del piacere per l’avventura e per l’ignoto. Anche il gusto per quelle robe che magari a molti risultano faticose: i ricominciamenti, il partire, mollare, riniziare da capo altrove. Per me sono sempre stati molto semplici, molto spontanei. Poi ho una grande curiosità verso culture diverse dalla mia. E infine c’è pure il legame con i libri”.

In che senso con i libri?

“Posso provare a sintetizzarlo con due immagini. C’è l’Emanuele che, la prima volta che va negli Stati Uniti, finisce a Lowell, perché fissato con Jack Kerouac – e finisce in particolare sulla sua tomba. E c’è l’Emanuele che si fa un mese di treno, da Mosca a Vladivostok, perché ha letto Prosa della Transiberiana di Blaise Cendrars. Questo legame con i grandi viaggiatori, con gli spiriti nomadi della letteratura, ha fatto sì che prendessi il ‘la’ per viaggiare. I grandi libri, i libri che ancora ho appresso, sono comunque di gente o sradicata o che ha viaggiato parecchio. Il Viaggio al termine della notte di Céline, seppur diverso dagli altri, è comunque un romanzo che mi ha spinto ulteriormente a partire, a andare. E Parigi. Siamo arrivati a Parigi. Parigi che per me era il mio sogno da adolescente, il sogno di viverci”.

Di cosa parla il tuo romanzo Il Gran Carnevale?

“Semplifico. Parla di una cricca di artisti in divenire, o quanto meno di individui con velleità artistiche, che si trovano appunto a Parigi, probabilmente un po’ tutti per lo stesso motivo. Insieme a costoro c’è Arturo, Arturo Marciani – un unico stirnerianamente parlando – che cerca attraverso incontri d’ogni specie, discussioni sulla creazione e sulla vita e innumeri notti brave di formare il proprio sé. Questo soggetto vorrebbe scrivere, però non ci riesce se non a fatica. Dice di non aver mai tempo, eppure alla fine scrive. Sta scrivendo un libro? Ovviamente c’è una bella componente autobiografica. Ma dunque di cosa parla Il Gran Carnevale? Credo che parli di un uomo che vuole scoprirsi e poi dirsi senza grandi censure, andando incontro a svariate situazioni. C’è una critica, una forte critica al sistema. E c’è una forte impronta carnale, proprio come forma di ribellione a un sistema meccanizzato, macchinale. C’è quindi il corpo, il corpo sessuale come rivolta a tutto questo”.

La tua scrittura è molto ricercata, si avvicina spesso a una composizione poetica. Ha inoltre la caratteristica di spingere il lettore a cercare la frase successiva. Hai detto una volta che conta più la parola della trama.

“Detta così sembra che sia solo virtuosismo. Non è una prova di stile, che a me non piace. Io dentro, sul tavolo, la pelle ce l’ho messa: mi sono denudato. Se prendiamo un capolavoro, un’opera incredibile come l’Ulisse di Joyce, i vari registri, la sua capacità linguistica, il flusso, sono secondo me più importanti, rendono la parola così grande, rispetto alla storia in sé, che è il racconto, attraverso le vite di tre personaggi, di una giornata qualsiasi a Dublino. Faccio un altro parallelo: nei quadri di Soutine il soggetto in sé è anche intrigante, ma ciò che davvero ti cattura è la vorticosità della pittura, che ti trascina dentro la tela più del tema rappresentato, sia esso un paesaggio, una natura morta o il celebre bue squartato. È un po’ la brace a confronto con il piatto cucinato. Buonissima la brace, piace a tantissimi, più del piatto cucinato. Però è in quest’ultimo che vedi la qualità dello chef”.

Una curiosità finale: perché nei tuoi scritti non usi la punteggiatura tradizionale?

“Anche se molto distanti da me, sono sempre stato attratto dalle avanguardie. E va da sé, dalla sperimentazione. Questo, unito a una scrittura che vorrebbe essere fluida e incalzante, è il motivo per cui non uso la punteggiatura classica. Credo infatti che per il mio stile di scrittura, non ce ne sia bisogno. Poi è anche una questione estetica. Il tratto che utilizzo – per il modo in cui scrivo e approccio la pagina – mi sembra più forte. Uso infatti dei tratti, perché a parte il punto interrogativo, che cioè non posso inventarmi nulla, c’è il punto esclamativo che è un tratto verticale e l’altro orizzontale che dà un effetto come se fosse una partitura musicale, che trovo più adatta e a me piace di più. Una delle prime stesure del Carnevale la lesse Renzo Paris, biografo di Moravia, amico di Pasolini, Amelia Rosselli, Dario Bellezza e compagnia romana. Mi fece una bella critica ma in chiusura mi disse: ‘La punteggiatura, però, secondo me ti serve, anche perché le tue frasi sono già colpi di tamburo’. Be’, è stata proprio questa considerazione di Paris, per contrasto, a darmi maggiore slancio nel mantenere i tratti che, invece per me, fan risuonare al meglio quei colpi di tamburo”.

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