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La penna laccata in rosso

Magliano è immersa nella nebbia. Si distingue a fatica il cammino. Un negozio mai visto. Una penna in vetrina. La decisione di acquistarla e l’avvio di una vicenda emozionante e commovente. Il primo dei “Racconti da Magliano” firmato Alisbrando come lettura estiva

Una fitta nebbiolina, di quelle che bagnano anche le ossa, avvolgeva ogni cosa. Le luci lontane dei lampioni tendevano a un giallo tremolante. Magliano sembrava più vuoto e silenzioso del solito. Un brivido di freddo gli corse lungo la schiena.

Di solito la nebbia rimane ai piedi della collina e nasconde la valle del Tevere, ricoprendo i campi e le sparse case d’un manto bianco come latte. Un paesaggio quasi rassicurante, familiare, che aveva imparato ad amare nel corso degli anni. Quel giorno invece aveva deciso di prendere di petto la salita e infilarsi tra i vicoli del paese.

Scostò una ciocca di capelli fradici dalla fronte e sbuffò in silenzio. Ancora un centinaio di metri e sarebbe stato a casa sua. Si sarebbe versato un abbondante bicchiere di vino e avrebbe bevuto via il freddo in un sol sorso. Magari avrebbe anche acceso il caminetto, per una volta, anche se trovare la legna significava spostare almeno tre pile di libri.

Sempre se fosse riuscito prima a trovare il suo portone, con quella nebbia…

Era passato per quel vicolo almeno un migliaio di volte e credeva di conoscerne a memoria ogni singola crepa dell’asfalto, eppure tutto gli sembrava diverso. La nebbia trasformava i muri in superfici indefinite, i balconi in sagome sospese, le pietre antiche del selciato in uno specchio opaco che rifletteva il niente.

Un piccolo campanello trillò lì vicino.

Quasi fu investito da un uomo infagottato in un paltò nero.

– Ma che caz… –

– Mi scusi, mi scusi. –

L’ombra corse via e sparì subito nella coltre grigia, come se la nebbia l’avesse inghiottita.

Si girò a guardare da dove era sbucato quel forsennato.

Non poteva esserci quel negozio!

Era sicuro, abitava lì da sempre.

Doveva essere uno di quei negozi cinesi che spuntavano come funghi dal nulla. Si fermò un istante, scrollò brevemente le spalle e avvicinò la faccia alla vetrina

Sì, decisamente era un negozio di quelli: un mucchio indistinto di apparati elettronici, gadget indecifrabili e paccottiglia varia. Pile di scatole anonime, cavi arrotolati come serpenti addormentati, oggetti senza nome né funzione apparente.

Però… quella penna. Carina quella penna. Laccata rossa, con il corpo leggermente bombato, la custodia rigida in metallo e il pennino che sembrava affilato come un rasoio… Quattro euro? Niente!

Entrò. Il campanellino tintinnò da sopra la porta. L’aria dentro era densa, calda, opprimente e stranamente immobile, con un odore vago di legno vecchio e qualcosa di più difficile da definire, quasi metallico.

Si avvicinò alla commessa. Capelli neri come ali di corvo, minuta e avvolta in un maglione di almeno due taglie più grande, sfogliava annoiata una rivista piena di ideogrammi.

– Ehm, signorina… –

– Scusi signorina… Ehi… –

La ragazza alzò due occhi neri dal giornale e lo mandò mentalmente a quel paese.

Lui registrò quell’invito silenzioso, incassò la testa nelle spalle, prese un bel respiro e chiese:

– Mi può far vedere quella penna rossa che è esposta in vetrina? –

Controvoglia, la ragazza appoggiò la rivista in modo da farlo sentire in colpa come un cane in una chiesa e si diresse alla vetrina. Senza neanche guardare, infilò la mano nel coacervo di oggetti e ne estrasse la penna con una precisione che sembrava quasi meccanica, come se sapesse esattamente dove fosse. Gliela porse.

Alla luce dei neon la laccatura della stilografica sembrava rosso sangue, con riflessi opalescenti quasi liquidi. La tenne tra le dita un momento, facendola ruotare lentamente.

– La prendo. –

La commessa, che era tornata alla sua lettura, alzò gli occhi al cielo, volteggiò brevemente le dita dagli artigli smaltati sulla tastiera del registratore di cassa e ghermì la banconota da cinque dalla mano timida che lui le aveva porto.

– Mhhh, mi sa dire come si ricarica? –

La ragazza lo guardò per un secondo con un’espressione che era a metà tra la noia e qualcosa di vagamente indefinibile. Sorrise a mezza bocca.

– Si ricarica da sola. Tenga. –

Lasciò il resto sul piattino e tornò al suo giornale.

Uscì nel freddo con la penna in tasca. La nebbia sembrava ancora più densa di prima. Trovò il portone quasi per caso.

La casa era fredda, disordinata e non propriamente pulita.

Centinaia di libri – Montale. Quasimodo. Prévert… – erano accatastati su tutte le superfici libere: sedie, divano, persino nel caminetto spento. Sulla scrivania si alternavano fogli bianchi e altri pieni di cancellature, qualcuno stropicciato. Sul davanzale, due tazze abbandonate.

Si avvicinò a un mobile della cucina, tirò fuori e stappò una nuova bottiglia di Sangiovese. L’altra giaceva già nel lavandino, capovolta e silenziosa.

Si sedette alla scrivania, spostò di lato un dizionario di rima e uno striminzito volume di Pavese, prese uno dei fogli bianchi. Tirò fuori la penna e la estrasse dalla custodia.

– Cazzo! –

Una minuscola goccia di sangue cominciò a sgorgare dal suo indice. Non era un taglio profondo, appena un graffio, ma bruciava dannatamente. Portò il dito alle labbra.

Osservò attentamente la penna. La superficie era perfettamente liscia, quasi morbida al tatto.

Scrollò le spalle.

Cominciò a scrivere.

Nero, l’inchiostro era d’un nero che sembrava inghiottire la luce intorno. Non scivolava sul foglio come un normale inchiostro, ma vi affondava, come se il bianco della carta fosse solo una crosta sottile sopra qualcosa di infinitamente più profondo.

…Pezzi, persi e dispersi di pensieri diversi…

Si fermò. Tamburellò le dita un momento sul bordo della scrivania.

– Non male, non male davvero, forse stasera scrivo qualcosa di buono… –

… Sagge parole sconnesse, grida d’un lucido pazzo,

cui nessuno davvero risponde.…

Continuò, quasi senza accorgersene, le parole venivano da sole, come se stessero aspettando da qualche parte e avessero trovato finalmente la strada.

– E allora! Dove diavolo sta questa dannata scheggia! –

Una nuova goccia di sangue brillava sul suo dito. Sulla superficie della penna non c’era nessuna sporgenza o irregolarità che potesse aver provocato quella specie di puntura. Eppure il sangue continuava a comparire, puntuale, ogni volta che stringeva la stilografica tra le dita.

Posò la penna laccata in rosso e ricominciò a scrivere con la sua vecchia Aurora. Scrisse per dieci minuti di seguito. Le parole ricominciarono a inciampare sul foglio. Piatte. Come fotografie sbiadite di qualcosa che aveva visto in un sogno e non ricordava bene.

– Vaffanculo! –

Il foglio venne accartocciato e gettato con violenza nel cestino.

Prese un nuovo bicchiere di vino e girò la testa verso la penna rossa.

La prese di nuovo in mano. Una nuova goccia di sangue stillò dal suo dito, questa volta senza nemmeno sorprenderlo. Come se così dovesse essere. Allungò la mano verso il cestino e ne trasse il foglio che aveva appena gettato. Lo stirò ben bene con il palmo della mano e cominciò a studiarlo.

Le prime due strofe scritte in nero erano le più belle che avesse mai composto; poi, da quando aveva ricominciato a usare l’Aurora con l’inchiostro blu, era ricominciata la solita danza di banalità e luoghi comuni. Come se la voce che prima sembrava sussurrargli all’ orecchio si fosse ritirata, stanca o delusa, a una distanza irraggiungibile.

Anche la calligrafia delle prime due righe era più aggraziata, i tratti sicuri e insieme morbidi, quasi danzanti sulla carta. E poi quel colore era… magnifico, seducente. Non era il solito nero asciutto e impersonale, era profondo come una notte insonne, scuro come un mistero; anche se nella scarsa luce della stanza sembrava avere dei riflessi vermigli, quasi di… sangue.

Rimase a fissarlo a lungo. Il vino nel bicchiere si scaldava, in attesa d’un sorso che tardava a venire. Fuori la nebbia premeva contro i vetri quasi come se volesse entrare.

Riprese la penna, guardò con un sorriso folle la goccia di sangue che subito era fiorita sul suo polpastrello, e tornò a scrivere. Scrisse tutta la notte.

Lo trovarono dopo una settimana.

Un vicino che aveva sentito uno strano odore aveva chiamato i vigili del fuoco.

Era lì, seduto alla sua scrivania, con una montagna di fogli davanti. La testa reclinata leggermente di lato, un sorriso sul volto. Sul pavimento, intorno alla sedia, altre decine di fogli. Tutti scritti. Tutti con quell’inchiostro nero che sembrava bere la luce.

I carabinieri che erano accorsi, raccolsero le pagine. Uno di loro, un maresciallo di mezza età, trent’anni a leggere e compilar verbali senza mai aver trovato le parole giuste per niente, rimase in silenzio per quasi un minuto dopo aver finito la prima pagina. Poi provò a dir qualcosa ma nessun suono gli usci dalla bocca. Una lacrima gli rigò il volto. L’asciugò col dorso della mano.

Il medico legale stabilì che si era lasciato morire di inedia, anche se aveva scoperto tracce di un’anemia che non risultava da nessuna delle cartelle cliniche che era riuscito a rintracciare. Un’anemia silenziosa, progressiva, come se qualcosa avesse consumato il sangue dall’interno, lentamente, con pazienza. Goccia dopo goccia. Una parola dietro l’altra.

Incontri newsletter 41 – giugno 2026