Magliano ai tempi del Covid. La spesa al supermercato come missione di guerra: guanti, FFP3, disinfettante. E la fila al Bottegone dove i vicini di sempre si guardano come nemici. Il secondo racconto estivo
Ero sveglio da 3 ore.
Vestito e profumato come per andare ad un appuntamento galante!
Mi sembrava pure di percepire quella strana ansia mista a paura che si prova al pensiero di incontrare una donna per la prima volta.
Invece dovevo solo andare a fare la spesa.
Avevo provato con Internet ed era stato un fallimento. Linea lenta e server intasati fino al definitivo abbandono e al liberatorio “ma vattelapijanderculo a te e alla spesa on-line”!
Erano le 8,50 ed iniziai la vestizione accessoria.
Mascherina FFP3 che appena indossata dava subito l’idea di soffocamento e di finire asfissiato nell’arco di mezz’ora.
Poi guanti e boccetta di disinfettante in tasca.
Il tutto mi era costato come l’equipaggiamento per una scalata in alta montagna.
Si trattava in realtà di cose che “in tempi normali” sarebbero costati 3 euro al massimo.
Ma c’era la pandemia che aveva complicato tutto e reso introvabili e costosissime, cose che non avremmo mai utilizzato, se non ce lo avessero imposte per Decreto.
Per sicurezza mi lavai ancora le mani; era la quinta volta che lo facevo anche se in realtà non ero ancora uscito e non avevo toccato niente oltre al rubinetto, la saponetta e l’asciugamano.
Presi la lista e finalmente uscii.
Appena mi chiusi alle spalle il portone abbi una sensazione improvvisa di terrore: il virus poteva essere in agguato, pronto ad aggredirmi e permeare le difese che avevo approntato!
La paura di essere colpito così, a tradimento, mi paralizzava e prima di muovermi guardai in tutte le direzioni cercando il “nemico” che poteva nascondersi vigliaccamente dietro ogni angolo.
Perfino nel vaso di gelsomino dal quale, per precauzione, passai comunque a distanza.
Mi avviai sempre con circospezione e imboccai Via Roma. Attraversai la piazza deserta e presi Via Manlio ma non senza prima aver scrutato in tutte le direzioni per accertarmi se quel subdolo virus fosse ad aspettarmi.
Con passo veloce raggiunsi Vicolo Nuovo e svoltai per raggiungere “Il Bottegone”.
Mi arrestai di colpo: possibile che alle 9 del mattino ci fossero così tante persone?
Mi misi in fila con la sgradevole sensazione che le stesse persone con cui ci abbracciavamo solo pochi giorni prima mi guardassero come se fossi io la causa del Covid19.
Provai a fare un passo in più e tutti automaticamente arretrarono di qualche metro!
Eppure mi ero lavato, ero ben vestito e di certo non puzzavo!
Cercai istintivamente la lampo dei pantaloni; magari l’avevo inavvertitamente lasciata
aperta: macché, tutto era regolare.
Mi rassegnai cercando di non muovermi per non scatenare quell’automatico sovvertimento
delle posizioni da ognuno conquistate.
Guardavo quelle persone in fila che conoscevo bene e che ora mi guardavano con sospetto, quasi paura, anche se io cercavo di avere l’atteggiamento di sempre.
Qualche cenno della testa ma non una parola.
Tutti muti, impauriti dietro le mascherine.
Solo due donne sembravano meno attente alle distanze e parlottavano tra loro della persona che era risultata positiva a test.
“Ma io lo dicevo che non ci si poteva fidare di quello” bisbigliava una. L’altra, di rimbalzo e con tono più alto, quasi tenesse a farsi sentire, le rispondeva: “adesso saranno contenti che ci hanno appestato tutti”.
“Il Sindaco però dovrebbe cacciarlo da Magliano” fece eco un vecchio noto a tutto il paese e la cui occupazione principale era quella di non farsi mai i cazzi suoi.
Mi sentivo mortificato da quei commenti.
Offeso da quelle persone che avevo sempre pensato essere diverse, migliori.
Mi sentivo ferito come se quelle cattiverie fossero riferite a me!
Sudavo come un cammello dietro quella cazzo di FFP3 che non faceva passare un filo d’aria tanto da farmi chiedere se non fossero proprio le mascherine a causare l’insufficienza respiratoria che il virus causava.
Volevo ingannare l’attesa fumando ma me ne guardai bene.
Avrei dovuto togliere quella dannata maschera e, ne ero sicuro, qualcuno, soprattutto le donne, mi avrebbe linciato o ripreso per essere un incosciente, un untore, un criminale a cui non frega niente della salute degli altri.
Alle 10,50 finalmente entrai!
Avviandomi all’interno, preso dalla consultazione della lista, mi avvicinai forse un po’ troppo a una donna che subito si mise a strillare di starle lontano.
Alzai la testa e la riconobbi dietro la mascherina e la sciarpa tirata sopra forse per garantirsi una maggior protezione.
Cazzo!
La riconobbi: era Gina Pigliacelli il cui cognome sembrava proprio le fosse stato assegnato per alcune sue propensioni particolari!
Era la stessa donna che non perdeva mai occasione di parlarti e strusciartisi addosso come se volesse “trombarti” da un momento all’altro!
“Mi scusi” sussurrai confuso mentre pensavo che forse, tra le tante notizie apprese dai media in quei giorni, mi fosse sfuggito che il virus poteva rendere di colpo frigide anche le donne più predisposte al sesso.
Cominciai a riempire il carrello cercando di fare più in fretta possibile ma sempre con fare circospetto non volendo incorrere ancora in quella strana e spiacevole sensazione di essere io il nemico da cui guardarsi.
Come Dio volle riuscii a completare la spesa.
Mi attendeva ora la fila, a distanza di sicurezza, alla cassa!
Non respiravo quasi più, il sudore, da dietro la famigerata FFP3, scendeva lungo il collo e le orecchie mi facevano male a causa dell’elastico della mascherina ma venne finalmente il mio turno.
Pagai, riempii le buste e finalmente riguadagnai la strada di casa.
Io, che mai avevo sopportato di essere rinchiuso, non vedevo l’ora di rientrare tra le
quattro mure domestiche!
E mentre ripercorrevo a ritroso i trecento metri che mi separavano dal mio rifugio sicuro, riflettevo sulla ulteriore tragedia causata dalla pandemia.
Non solo i contagiati, i morti, i danni economici.
Un dramma certo, ma quello che ci aspettava quando saremmo tornati alla normalità, sarebbe stato il danno sociale prodotto dagli obblighi, peraltro giusti, che ci avevano imposto.
Avevo sentito dire che, passato tutto, ne saremmo usciti migliori.
Cazzate!
Ne saremmo usciti tutti peggiori.
Guasti dentro ancor di più di quanto già non fossimo prima.
Saremmo diventati ancora più soli, più cattivi, egoisti, cinici e malvagi.
Come se il Covid19, anche se non ci avesse contagiato direttamente, avesse portato con sé conseguenze peggiori di quelle legate alla salute.E già, perché forse in un futuro più o meno vicino, per il Coronavirus ci sarebbe stata una cura, magari un vaccino.
Ma per tutto il resto quali speranze avremmo potuto avere? Non esistono cure o vaccini contro la diffidenza, contro la paura, contro gli egoismi.
“Ce la faremo” era scritto su un lenzuolo appeso ad una finestra ma io, rientrando dalla “spesa”, ero certo che non ce l’avremo fatta, che la Società non sarebbe migliorata, che i rapporti con gli altri non si sarebbero rafforzati.
Su un’altra finestra sventolava un altro drappo con su scritto: “Andrà tutto bene”.
No non “Ce la faremo” e non “Andrà bene un cazzo” mi ripetevo rassegnato.
Quella cazzo di mascherina e i guanti mi avrebbero protetto dal Covid19 ma non mi avrebbero mai potuto proteggere dal virus della diffidenza, del sospetto e dalla paura dell’altro ormai entrati prepotentemente nell’animo delle persone.
Tutto questo avrebbe ulteriormente peggiorato la già pessima Società che avevamo costruito fino a prima della pandemia.
Tolsi i guanti e la mascherina e li guardai avvilito.
Da una finestra socchiusa una musica irrompeva su Via Manlio e una voce che tentava di imitare il Pavarotti nazionale cantava:
ll nome suo nessun saprà
E noi dovrem, ahimè, morir, morir
Dilegua, oh notte
Tramontate, stelle
Tramontate, stelle
All’alba vincerò
Vincerò
Vincerò… Ma io ero certo, mentre mi chiudevo il portone di casa alle spalle, che non avremmo mai vinto. Che il futuro che ci attendeva non sarebbe mai stato migliore…
Incontri newsletter 42 – luglio agosto 2026

